Il Jobs Act aumenta solo i licenziamenti, le assunzioni (crollate) merito degli incentivi

La legge, il cosiddetto Jobs Act, che ha quasi cancellato quella norma di civiltà storica conquista delle lotte politiche e sociali degli anni ’60 – l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori – non ha portato una sola assunzione in più. L’incremento registratosi lo scorso anno era frutto solo degli incentivi: miliardi di soldi pubblici dati alle imprese per le nuove assunzioni. In molti casi bruciati da vere e proprie truffe, in quasi tutti gli altri casi utilizzati strumentalmente per una nuova occupazione fittizia che non ha retto alla fine dei contributi. Un “capolavoro” di inganno, disillusione e di spreco di pubblico danaro da parte del governo e della maggioranza.Questa è una triste, incontestabile, verità che nessuna guerra dei numeri potrà offuscare perché i numeri che raccontano questa débâcle del governo hanno una fonte al di… sopra di ogni sospetto: il ministero del lavoro che ha appena pubblicato le comunicazioni obbligatorie con tutto il quadro dei rapporti di lavoro dipendente compresi domestici, agricoli e p.a e anche contratti di collaborazione. Risultato: nel secondo trimestre 2016 i licenziamenti sono stati 221mila, in aumento del 7,4%
Nel secondo trimestre del 2016 – ricostruisce Il Fatto Quotidiano – le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono state 392.043, il 29,4% in meno rispetto all’anno scorso (-163.099). Lo rileva il ministero del Lavoro con le comunicazioni obbligatorie appena pubblicato dal ministero del Lavoro. I rapporti di lavoro a tempo indeterminato cessati sono stati 470.561, -10% rispetto allo stesso periodo del 2015. Il dato, a differenza di quello dell’Inps, tiene conto di tutto il lavoro dipendente compresi domestici, agricoli e p.a e anche dei contratti di collaborazione. I numeri risentono della riduzione dell’incentivo all’assunzione a tempo indeterminato. Ecco il dettaglio della ricognizione.
Nel secondo trimestre del 2016 sono state registrate 2,45 milioni di attivazioni di contratti nel complesso a fronte di 2,19 milioni di cessazioni. La maggioranza delle cessazioni sono dovute al termine del contratto a tempo determinato (1,43 milioni). Tra le altre cessazioni sono aumentate quelle promosse dal datore di lavoro (+8,1%) mentre si sono ridotte quelle chieste dal lavoratore (-24,9%). In particolare sono aumentati i licenziamenti (+7,4% sul secondo trimestre 2016). Nel periodo i licenziamenti sono stati infatti 221.186, 15.264 in più rispetto al secondo trimestre 2015. Sono invece diminuite le chiusure di contratto dovute alla cessazione dell’attività del datore di lavoro (-10,3%).
Tra le cessazioni richieste dal lavoratore sono in calo considerevole sia le dimissioni (293.814, -23,9%) sia i pensionamenti (13.924 (-41,4%). Per le donne le uscite per pensionamento sono crollate (-47%), probabilmente anche a causa della stretta sui requisiti per la pensione di vecchiaia scattati quest’anno. Un calo ancora più consistente si era registrato nel primo trimestre, con le cessazioni per dimissioni per pensionamento delle donne ferme a 3.169 (-64,9%). I dati sono destinati certamente a far discutere.

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