Da quando avevo15 anni, ed ero un ragazzo che cercava di conoscere e capire la realtà, mi definisco femminista.

Da allora sono convinto che dovunque vi sia una disparità di condizione tra i due generi, priva di ogni giustificazione che non sia appunto l’appartenenza ad uno di essi, là vi sia una strada che chiunque – uomo o donna – dotato della coscienza e della dignità propria dell’essere umano in quanto persona – ha il dovere di percorrere lottando con tutte le proprie forze.

Mi definisco da sempre femminista anche perché sono convinto che le donne siano, mediamente – e quindi per quanto si possa apprezzare in una casistica generale – migliori.

Un esempio? Anche due. Si vada a vedere il rendimento scolastico, ma anche professionale, produttivo e quello che in tutti i campi possa essere misurato, dei due generi; poi si elabori statisticamente e si compari percentualmente il numero di reati commessi da uomini e da donne. Ne risulta l’obiettiva superiorità di queste ultime sia dal punto di vista delle capacità che da quello etico-morale.

Questa premessa mi è utile perché voglio sperare che il pensiero che sto per esprimere non sia frainteso.

Ho seguito, nella sala Regina della Camera, la presentazione del libro di Aldo Cazzullo “Le donne erediteranno la terra. Il nostro sarà il secolo del sorpasso” edito da Mondadori. Non ho da esprimere alcuna critica al libro che, anzi, credo, abbia il merito di raccontare una serie di storie vere, con donne vittime e protagoniste, di grande significato.

Sono rimasto invece deluso dal tono e dalla qualità del dibattito cui hanno partecipato, oltre allo stesso Cazzullo, Laura Boldrini, Maria Elena Boschi (assenti Giorgia Meloni neo mamma e Virginia Raggi) e la moderatrice Annalisa Bruchi, giornalista normalmente documentata e competente anche su temi, spesso appannaggio maschile, economico-finanziari.

Tralascio l’infortunio della conduttrice Rai la quale, dopo avere raccontato – giustamente indignata – che dopo un’intervista ad un importante manager si sentì da questi osservare e chiedere “ottime le domande, ma chi gliele ha scritte?” ha detto, introducendo l’incontro, che Virginia Raggi sarebbe stata assente in quanto impegnata a presiedere l’assemblea capitolina (ma nessun sindaco, neanche se donna, può presiedere un consiglio comunale, né l’assemblea del Campidoglio che nella capitale ne è l’equivalente!) per soffermarmi su ciò che ha turbato il mio sentimento di autentica condivisione militante della questione femminile o della parità di genere.

Il bravo Giulio Scarpati, leggendo da attore consumato alcuni brani del libro ha tracciato anche la linea del suo messaggio. Almeno nelle intenzioni e nella volontà dell’autore.

Scopriamo così che la fiducia e la speranza sul fatto che “le donne erediteranno la terra” sono riposte nella testimonianza positiva data dalle carriere politiche, del passato recente, ma anche attuale e possibilmente futuro, di alcune donne. E quali nomi sono stati indicati come esempio convincente?

Margaret Tatcher, Marion Le Pen, Frauke Petry, Hillary Clinton, la stessa Boschi, ecc…

Giuro di non farne una questione politica di simpatia o meno verso partiti o schieramenti, ma osservo:

che contributo può dare alla causa in discussione una Tatcher il cui pugno di ferro ha servito unicamente con potenza e cinismo tipicamente maschili il progetto di liberismo selvaggio che produsse, e sempre produrrebbe in ogni tempo, disuguaglianza economica, oppressione dei più forti sui più deboli, azzeramento dei diritti sociali, condizioni che rappresentano l’esatta negazione dei presupposti sui quali può crescere l’uguaglianza tra i generi?

Prendiamo poi la Clinton: perché chi si candida a governare lo Stato più potente del mondo rinuncia ad utilizzare il proprio cognome, (Rodham: c’è qualcuno che lo conosce?) come una Letizia Moratti (Brichetto da nubile), o una Daniela Santanché (Garnero) qualsiasi, per rifugiarsi in quello del marito dal quale, in un familistico intreccio di potere che dell’idea femminista è la negazione, potrebbe ereditare, sedici anni dopo, la carica? Io credo che ben altre figure politiche, a volte donne ma non sempre, siano più adatte nello stesso tempo e nello stesso luogo a portare avanti la cultura della parità di genere. Negli Usa per esempio proprio l’avversario, sconfitto, della Clinton, Bernie Sanders, avrebbe potuto farlo più efficacemente.

Ma forse il problema è più ampio e profondo e, come sempre, culturale.

Del resto in Italia non fu considerato un grande successo il principio dell’alternanza imposta per legge nelle liste (bloccate!) dei candidati al Parlamento? Consegnare al capopartito il potere di “nominare” i parlamentari tra i quali una “quota” di donne non è stato forse lo sfregio più grave arrecato proprio alle donne? Che opportunità (paritaria) è quella di farsi scegliere, con nomina discrezionale calata dall’alto, da un uomo o da una donna che devono rispondere solo a se stessi? Che parità di genere è quella in cui ogni opportunità venga negata a chiunque, uomo o donna, non sia nelle grazie del capo?

Ecco, credo che la citazione dei nomi prescelti come esempio per alimentare la speranza di successo della battaglia per la parità di genere sia stata infelice: un argomento contro anziché a favore, un autogol!

Sarebbero bastate le donne alla cui storia è dedicato il libro.