Ringrazio di cuore per ogni singola parola con cui mi è stata manifestata solidarietà, stima, amicizia. La mia gratitudine giunga a ciascuno, nome per nome.

Lo faccio, anche e soprattutto, per la sensibilità che colgo non solo verso un caso personale (se è così, grazie anche per questo, comunque) ma, soprattutto, per una vicenda che, purtroppo come tante altre del nostro tempo, suona un allarme pericoloso per tutte le persone oneste e che hanno a cuore il valore dell’onestà collettiva come garanzia di convivenza civile e sociale, nel rispetto delle norme, nell’equità, nell’armonia, nel benessere comune, materiale e morale.

Ho sempre pensato che rubare, danneggiare, saccheggiare, appropriarsi indebitamente di un bene pubblico non sia meno grave rispetto alla stessa azione compiuta su una cosa privata. In questo caso una o poche vittime patiscono l’intero danno e ciò rende insopportabile la loro sofferenza, ma se ad essere depredata è la cosa pubblica, siamo tutti a pagarne il prezzo, enormemente superiore.

Io sono stato punito perché rinunciassi a difendere l’intangibilità del bene pubblico, ma poiché ho respinto l’intimidazione e non sono arretrato di un millimetro, alla fine sono stato licenziato.

Da quattro anni sono impegnato in un durissimo contenzioso giudiziario contro un avversario che usa i soldi dei contribuenti per schiacciare la mia ingenua pretesa e cancellare in modo “esemplare” anche la sola idea che i comunissimi cittadini onesti tutori dei bene pubblico possano contrastare l’affarismo e le ruberie di chi dovrebbe curarlo nell’interesse di tutti.

E’ una battaglia impari, per la forte disparità non solo di risorse – personali e quindi esigue le mie, collettive e perciò smisurate quelle del mio persecutore – ma anche di metodo e “regole d’ingaggio”: i miei sono quelli, normali e trasparenti, a disposizione del cittadino comune e si sono rivelati ben poca cosa rispetto all’invasività corruttiva di potentissimi trafficanti d’influenze ai quali nessuna porta finora è stata sbarrata, neanche quelle che in una democrazia sana e in uno stato di diritto dovrebbero essere sacre e inviolabili.

Ciò premesso, voglio rassicurare che la notizia del processo che mi vede imputato non è un fatto nuovo, né, tanto meno, negativo.

La battaglia giudiziaria ha due fronti, uno civile ed uno penale.

Nel primo bisogna accertare la legittimità o meno del licenziamento e finora i pronunciamenti intervenuti hanno fatto strage delle norme di legge e dei dati della realtà. Ecco perché.

La CONTROVERSIA DI LAVORO: SENTENZE ABERRANTI

Come ho sempre detto, e come sono in grado di dimostrare in ogni sede, sono stato licenziato dalla Rai, a giugno 2013, per motivi ritorsivi e discriminatori: punito per non essermi piegato agli interessi privati e al malaffare, intriso anche di collusioni mafiose, all’interno dell’azienda del Servizio pubblico.

Finora non sono riuscito a far valere le mie ragioni che, pure, mi sembrano di solare evidenza.

Sono stato infatti licenziato dalla Rai con un falso provvedimento disciplinare costruito a  tavolino: avrei violato il dovere di esclusiva, lavorando quindi per un’impresa concorrente, ma, palesemente, intervistato e non intervistatore (nè autore di servizi, collaboratore o conduttore, ma ospite), avevo rilasciato un’intervista ad un’emittente locale della mia città natale per esprimere come sempre in passato – e come tanti altri colleghi prima e dopo il mio licenziamento – la mia opinione da cittadino, avendo peraltro sempre partecipato, nella mia città, alla vita pubblica. Quel provvedimento era solo la reazione ritorsiva alla mia indisponibilità ad assecondare il perseguimento di interessi privati, anche illeciti, nonché pratiche di malaffare nella gestione della redazione e nelle scelte sulla qualità del prodotto della Tgr-Sicilia inquinato da un massiccio fenomeno di pubblicità occulta.

Avevo inteso fare il mio dovere, difendendo la deontologia giornalistica, la missione etica del Servizio pubblico, l’Azienda, i cittadini che pagando il canone la finanziano, il libero mercato e la lealtà della concorrenza a tutela di tutte le imprese private sane e corrette. Sono stato punito per questo.

Solo per dare un’idea di quanto macroscopica fosse l’evidenza che il movente ritorsivo sia stato l’unico fondante il licenziamento, segnalo che il provvedimento fu “annunciato” dal caporedattore a diversi colleghi della redazione alcuni mesi prima che io “commettessi” i fatti per i quali sono stato licenziato.

I pronunciamenti giudiziali che hanno attestato la legittimità del licenziamento, sia pure convertendo la giusta causa in giustificato motivo soggettivo, sono a mio avviso un’aberrazione logica e giuridica, in diritto e in fatto.

Ecco solo qualche cenno per dare un’idea.

1.E’ stata sempre rigettata, in entrambi i gradi del giudizio di merito, ogni mia richiesta di mezzi istruttori.

2.E’ stato omesso ogni esame sui punti decisivi: nessun testimone è mai stato ascoltato.

3.E’ stata accolta senza alcuna verifica la tesi della Rai, sicché è stata qualificata come prestazione di lavoro (ancorché gratuita, occasionale e del tutto estemporanea) resa ad un’impresa concorrente quella che invece, palesemente, era solo un’opinione da me espressa, come intervistato, nella veste di cittadino e nell’esercizio di un diritto costituzionale.

4.E’ stato ignorato il movente ritorsivo dettagliatamente documentato e che ho chiesto invano di provare indicando numerosi testimoni i quali avrebbero potuto dimostrare che quel movente in realtà era l’unico fondante il licenziamento, peraltro, come già evidenziato, preannunciato incautamente ben prima che io “commettessi” i fatti per i quali sono stato licenziato.

5.E’ stata ignorata una fiorente casistica, dettagliatamente documentata, di palese discriminazione e disparità di trattamento da parte della Rai tra il mio caso e quello di tanti altri giornalisti dipendenti (addirittura in qualche caso ospiti della stessa trasmissione e della stessa tv privata cui ho partecipato io, venendo per questo licenziato!).

6.E’ stata ignorata la mancanza, nel procedimento di licenziamento, della proposta del direttore della testata, condizione ineludibile, a pena di nullità, secondo una costante giurisprudenza della Cassazione per la quale non può essere l’editore, né il capo del personale, senza la proposta del direttore della testata necessariamente giornalista, a licenziare un giornalista, iscritto in quanto tale all’Albo professionale. Quel direttore di testata si rifiutò di avallare il mio licenziamento e pochi mesi dopo si dimise (fatto rarissimo in Rai) per motivi personali.

7.E’ stata ignorata la mancata comunicazione del provvedimento al Cdr (Comitato di redazione, ovvero l’organismo di rappresentanza sindacale aziendale), fatto che secondo giurisprudenza, ne comporta l’inefficacia.

8.E’ stato ignorato – e non mi è stato consentito di provare – che la Rai da sempre conoscesse (ed avesse quindi tacitamente autorizzato) la mia normale partecipazione alla vita politica, sociale e culturale, anche attraverso opinioni espresse in interviste rilasciate a tv locali e che quindi ci fosse stato un legittimo affidamento da parte mia su un’autorizzazione tacita mai revocata (e tale revoca mai comunicatami) prima della contestazione posta a base del licenziamento.

9.E’ stato ignorato dal Tribunale e dalla Corte d’Appello che – anche a prescindere da tale legittimo affidamento e dal movente ritorsivo come unica vera causa del licenziamento – il codice di disciplina aziendale applicabile e applicato prevede la sanzione della multa pari a due ore di retribuzione in caso di “intervista non autorizzata” che era l’unica fattispecie riferibile al mio caso, mentre non ha alcun legame né attinenza con la realtà (infatti è solo un imbroglio ordito dolosamente dall’azienda e incredibilmente avallato in giudizio) avere qualificato come prestazione professionale resa a impresa concorrente il mio comportamento o la mia attività consistenti unicamente nell’avere espresso un’opinione, da cittadino intervistato e da ospite!

  1. Per qualificare come prestazione di lavoro giornalistico ciò che invece era la libera espressione di un’opinione resa nella veste di cittadino, il Tribunale di Roma afferma che “Il ricorrente partecipò a trasmissioni televisive commentando temi politici di attualità all’interno di programmi di natura informativa. Il ricorrente svolgeva pertanto attività propriamente giornalistica nell’ambito di tali programmi …..”.(!). Come dire che chi è giornalista ogni volta che parla, per ciò solo, fornisce una prestazione professionale a chi ascolta! Peraltro a supporto di questa bizzarra argomentazione (purtroppo ignorata e quindi tacitamente confermata dalla Corte d’Appello) il Tribunale cita poche righe di una sentenza della Cassazione (…Costituisce infatti attività giornalistica la prestazione di lavoro intellettuale diretta alla raccolta, commento ed elaborazione di notizie volte a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, ponendosi il giornalista quale mediatore intellettuale tra il fatto e la diffusione della conoscenza di esso, con il compito di acquisire la conoscenza dell’evento, valutarne la rilevanza in relazione ai destinatari e confezionare il messaggio con apporto soggettivo e creativo….. (Cass. Sent. n. 17723 del 29.8.2011)….ma si dimentica di citare e valutare anche le righe che seguono immediatamente nello stesso brano della stessa sentenza: al fine dell’individuazione dell’attività giornalistica assumono poi rilievo la continuità o la periodicità del servizio, del programma o della testata nel cui ambito il lavoro è utilizzato, nonché l’inserimento continuativo nell’organizzazione dell’impresa… Elementi questi (continuità, periodicità, inserimento continuativo) la cui totale mancanza nel caso in oggetto esclude radicalmente ogni possibilità che la mia fosse una prestazione di lavoro giornalistico!

11.E’ stato ignorato che il regolamento di disciplina aziendale applicato al mio caso, mentre all’art. 6 consente il licenziamento per “grave inadempimento contrattuale” (articolo in forza del quale sono stato licenziato), all’art. 5 – quindi nell’articolo immediatamente precedente – in caso di “gravi inadempimenti contrattuali” consente soltanto l’irrogazione di una sospensione da 7 a 10 giorni! In nessun passo delle sentenze è stato mai chiarito perché io avessi commesso “grave inadempimento degli obblighi contrattuali” (ciò che consente il licenziamento) e non “gravi inadempimenti degli obblighi contrattuali” (ciò che consente solo la sospensione da 7 a 10 giorni), atteso peraltro che sono diverse le partecipazioni a trasmissioni tv a me contestate di cui tre giudicate efficaci – in quanto non tardive – nelle sentenze.

  1. Nelle motivazioni addotte a sostegno della legittimità del licenziamento il Tribunale ne indica una, decisiva, nel fatto che io avessi continuato a partecipare a trasmissioni tv dopo che tale mio comportamento era stato oggetto di contestazione disciplinare. Ciò è falso, come da evidenza documentale. Nel sostenere questa falsità il giudice estensore della sentenza non si rende conto di avere egli stesso riportato nelle pagine precedenti le date delle contestazioni e delle relative notifiche dalle quali si evince che l’ultima mia partecipazione ad una trasmissione tv è precedente alla prima delle tre contestazioni per le quali sono stato licenziato. E ciò risulta dalle stesse date riportate in sentenza da quel giudice che pure, sempre in quella sentenza, mi attribuisce esplicitamente il contrario, fondando su tale accusa un argomento decisivo a sostegno della legittimità del licenziamento. Tutto ciò, per quanto dettagliatamente evidenziato nell’apposito ricorso, è stato ignorato dalla Corte d’Appello.

QUEI GIUDICI “FORMATISI” IN LUCROSI INCARICHI DI NOMINA POLITICA

Magari sarò stato “sfortunato” se la sentenza di primo grado è stata definita da un giudice, Maria Antonia Garzia, rientrata appena un anno prima in magistratura dopo 14 anni consecutivamente fuori ruolo, e fino a due anni prima vice capo di gabinetto (rapporto meramente fiduciario) della presidente della Regione Lazio Polverini; e se nel collegio della Corte d’Appello – misteriosamente modificato per 2/3 tra la prima e la seconda udienza e poi ancora per 1/3 prima della terza e decisiva udienza – ho trovato, proprio per effetto di quest’ultimo cambiamento, Sergio Gallo, ex capo di gabinetto del sindaco di Roma Alemanno (anche in questo caso rapporto puramente fiduciario) e noto per essere, secondo le ipotesi d’accusa attualmente al vaglio dibattimentale nel processo in corso in Tribunale a Roma, il giudice al quale si affidava la cosiddetta P3 per “aggiustare” (o tentare di farlo) alcuni processi, grazie ad una rete di contatti con alti magistrati fino all’ allora primo presidente della Corte di Cassazione Vincenzo Carbone.

La P3 è nota anche come “lobby di Cervinara”, il piccolo centro dell’Avellinese in cui sono nati e/o vivono appunto il giudice Sergio Gallo, Marco Mario Milanese ex tenente della Guardia di Finanza ed ex potente collaboratore del ministro Giulio Tremonti, coinvolto – e arrestato – in numerose vicende di corruzione, e Pasquale Lombardi, il presunto capo di questa associazione per delinquere. Della P3 facevano parte anche, tra gli altri, Flavio Carboni, Arcangelo Martino, Marcello Dell’Utri, Nicola Cosentino, Denis Verdini, ecc…

Entrambi i magistrati (Garzia, giudice monocratico in primo grado; Sergio Gallo intervenuto, nella terza e decisiva udienza, dopo uno strumentale rinvio nella seconda, a comporre il collegio della Corte d’Appello) hanno in comune di essere stati a lungo, per molti anni fino a poco tempo prima delle due rispettive sentenze che mi riguardano, fuori dai ruoli della magistratura e di avere scelto di assumere incarichi, numerosi e in serie, di collaborazione fiduciaria con soggetti politici. Incarichi molto ben remunerati, anche per cinque o sei volte rispetto a quelli delle rispettive posizioni di magistrato. Gallo, come capo di gabinetto del sindaco di Roma Alemanno, percepiva uno stipendio annuo di € 664.000,00 oltre agli emolumenti per varie cariche ricoperte in enti e società partecipate ed oltre al trattamento economico di magistrato che, nel caso di collocamento fuori ruolo, si aggiunge.

Garzia, come vice capo di gabinetto del presidente della Regione Lazio Polverini, percepiva uno stipendio di € 181.694,21, oltre a quello di magistrato e in quel periodo ha sommato anche un’altra attività fuori ruolo, in seno all’Agcom (Autorità garante delle comunicazioni) dove dal 2008 al 2013 ha sviluppato una carriera parallela con cumulo di mansioni di vertice, solitamente retribuite dai 200 ai 300 mila euro annui, a volte in palese conflitto di interessi: come quando, in seguito ad un ricorso al tribunale del lavoro da parte delle rappresentanze sindacali aziendali dell’Agcom contro trattamenti economici eccedenti riservati ad alcuni tra cui proprio la Garzia, è stata questa a rappresentare l’ente in giudizio peraltro dinanzi alla sezione lavoro del Tribunale di Roma in cui in precedenza prestava servizio come magistrato giudicante e in cui sarebbe tornata! O come quando ha assunto in Agcom tra i tanti incarichi anche l’interim della responsabilità Risorse umane senza alcuna autorizzazione da parte del Consiglio superiore della magistratura ma solo sulla base di un atto dell’Agcom supportato da un parere reso da lei stessa: fatto senza precedenti per il Csm, come rilevato in diverse interrogazioni parlamentari che hanno affrontato il caso anomalo in cui si è trovato questo magistrato.

Ciò che qui preme rilevare è che i due magistrati, negli ultimi dieci-quindici anni, erano stati quasi esclusivamente fuori ruolo ed erano passati da un incarico all’altro, sempre di nomina politica e a carattere fiduciario. Garzia, per esempio, ininterrottamente fuori ruolo dal primo febbraio 1999 fino al 2013, dopo essere stata applicata alla segreteria del Csm, è passata dal gabinetto e dalla segreteria di quattro ministri di tre diversi governi (Prestigiacomo, Melandri, Carfagna, Meloni) e da altri incarichi in enti vari come Unar (l’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale presso la presidenza del Consiglio dei ministri), Agcom ecc.

IN APPELLO, DECISIVO IL MAGISTRATO “A DISPOSIZIONE DELLA P3″

Sergio Gallo, il giudice della “P3”,  sempre militante in Magistratura Indipendente (la corrente di destra maggioritaria nell’Anm, ma nulla cambierebbe se avesse militato in quella di sinistra) in cui ha ricoperto anche incarichi direttivi di rilievo nazionale,  ha fatto parte del consiglio d’amministrazione della fondazione “Nuova Italia” di Gianni Alemanno (ex ministro ed ex sindaco di Roma), è stato componente del collegio dei probiviri del Pdl, un partito politico che ha espresso gran parte della maggioranza di governo nel periodo 2008-2011, è stato consigliere d’amministrazione di Roma Metropolitane spa, del Teatro lirico dell’Opera e di altre partecipate. Come capo di gabinetto del sindaco di Roma percepì un compenso di € 298.324,63 nette (€ 664.000,00 lorde), pari (peraltro aggiuntivo allo stipendio di magistrato) a quattro volte quello del suo predecessore. Dopo essersi dimesso da capo di gabinetto del sindaco di Roma fu nominato dall’allora presidente della Camera Fini nell’Autorità di vigilanza sugli appalti, carica, prima di semplice componente e poi di vicepresidente, ricoperta fino al 2014.

Gallo, come magistrato, inoltre è famoso per avere con una singolare sentenza reintegrato nel consiglio regionale della Campania Roberto Conte, condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione camorristica e per avere scelto personalmente, nell’ufficio di gabinetto del sindaco di Roma Alemanno tra i propri collaboratori, un tale Giorgio Magliocca arrestato per camorra proprio mentre era in servizio in Campidoglio e in precedenza vincitore di un concorso interno (con una prova strana, oggetto di dubbi e contestazioni) di cui Gallo era stato l’ispiratore.

Agli atti del processo alla P3 c’è l’affermazione “Sergio Gallo l’ho creato io” da parte del presunto capo di questa associazione per delinquere alla sbarra, Pasquale Lombardi il quale, intercettato, con argomenti convincenti ne rivendicava la totale disponibilità!

Tutto ciò solo per dire che mentre da una parte mi ritrovo con due sentenze assurde, inspiegabili logicamente e giuridicamente, dall’altra devo prendere atto che esse sono state emesse da giudici che per oltre un decennio erano passati da una segreteria politica all’altra ricevendo incarichi molto lautamente retribuiti cui non erano insensibili (diversamente si sarebbero accontentati del solo stipendio di magistrati) per i quali avevano da essere molto grati ai loro danti causa che in gran parte sono legati dallo stesso filo di scambio e di comuni interessi con la Rai, con i suoi dirigenti e, soprattutto, con la figura di chi volle a tutti i costi il mio licenziamento ed ora ha tutto l’interesse a che esso sia dichiarato legittimo in sede giudiziale.

Ovviamente il collegio della Corte d’Appello che ha emesso la sentenza era formato da tre componenti: anche gli altri due hanno avuto incarichi fuori ruolo anche se non con la stessa intensità e le modalità imbarazzanti di Garzia e Gallo. E’ mia convinzione che il rinvio della seconda udienza (nella quale la discussione, appositamente fissata, avrebbe dovuto tenersi) caldeggiato fortemente attraverso un accorato appello alle parti, anomalo e irrituale, dal presidente Ermanno Cambria sia stato strumentale alla più “conveniente” (per la mia controparte) composizione del collegio in attesa dell’arrivo di Sergio Gallo che non c’era né nella pima, né nella seconda udienza, mentre Cambria è apparso per la prima volta nella seconda.

QUEI GIUDICI …NON MI SONO “CAPITATI”

Le sentenze finora intervenute sono un assurdo, ma non per errori commessi da magistrati superficiali o distratti. Ho la certezza soggettiva che esse siano il prodotto di un meccanismo corruttivo creato da dirigenti Rai attraverso un filo di interessi che, passando per qualche studio legale appositamente reclutato per gestire il mio licenziamento, metteva in campo leve di potere riconducibili ad ambienti in cui il traffico d’influenze presenta nodi robusti e tentacoli avvolgenti.

E questa trama è stata attivata non già per l’importanza, per la Rai, del caso in se (io ero solo un redattore ordinario), ma per quella che essa riveste per il mio persecutore Morgante il quale avendo trascinato l’azienda – con il consenso e il sostegno attivo dei suoi capi – in un colossale imbroglio non può permettersi una sentenza a me favorevole.

Più di qualche indizio mi costringe a pensare che non “mi sono capitati” magistrati facilmente raggiungibili, sensibili al potere e disponibili (ed ho la prova che sono stati raggiunti) ma che essi, individuati proprio in relazione alla loro disponibilità ad emettere le sentenze che hanno emesso, sono stati appositamente assegnati alle cause in oggetto con un meccanismo di manipolazione delle procedure.

I magistrati fuori ruolo (non intendo criminalizzare l’istituto che può essere utilizzato anche a nobili fini, ma la specificità di certi incarichi come quelli di nomina propriamente politica e fiduciaria) nella magistratura italiana sono meno del 2%, un dato questo che a Roma probabilmente sarà superiore, intorno al 6, 7, ma tra questi gli incarichi “imbarazzanti” come quelli assunti da Garzia e Gallo sono in numero di gran lunga inferiore, meno dell’1%. Eppure a me sono capitati due volte su due magistrati che per curriculum possiamo definire, quanto meno, come facilmente raggiungibili e, nel giudizio d’appello, ci sono voluti due rinvii (il secondo dei quali smaccatamente strumentale e ordito in attesa che arrivasse Gallo al posto di un altro giudice) perché il disegno andasse in porto.

CASSAZIONE, ERA GIA’ TUTTO DECISO,  MA … GIALLO FINALE: “SPARISCE” IL CONTRATTO ALLEGATO CHE PURE C’ERA. CHIEDO LA REVOCAZIONE 

Ovviamente ho tentato di fare emergere in Cassazione le tante assurdità delle sentenze di merito o, quanto meno, di quella d’appello oggetto del ricorso.

Ma avevo già capito che il tentativo sarebbe stato inutile.

Una serie di indizi mi dava la certezza che la Cassazione avrebbe confermato la precedente sentenza.

Non è spiegabile in nessun altro modo la mancata assegnazione della causa per ben dieci mesi: in tale arco di tempo, o in un tempo minore, i casi di licenziamento cui si applichi il rito-Fornero, il quale detta tempi precisi, erano tutti andati a sentenza! Nel mio caso invece ben dieci mesi (dal deposito del ricorso a giugno 2015 al 4 aprile 2016) ci sono voluti solo per l’assegnazione alla Sezione lavoro (!) e solo il 13 maggio 2016, ovvero undici mesi dopo, è stata fissata l’udienza in Cassazione per il 16 giugno successivo, appena un mese dopo.

Nella prassi normale oltre che nelle norme (finora sempre rispettate almeno a Roma in caso di licenziamento) l’udienza si tiene entro sei mesi, ma soprattutto in un mese massimo due solitamente la causa viene assegnata alla sezione competente e, con circa 4-5 mesi di anticipo, viene fissata l’udienza e composto il collegio. Nel mio caso in undici mesi il ricorso è rimasto fermo dov’era e, quando è stato assegnato, è stata fissata l’udienza appena un mese dopo, quasi a volere recuperare il ritardo e a volere essere rapidi nell’incassare il risultato una volta che il contatto e l’affidamento del mandato erano avvenuti!

Un caso? Certo, potrebbe essere! Però rilevo che il presidente della sezione Lavoro della Cassazione, in quanto tale presidente del collegio che ha trattato la causa, e ben due componenti del collegio hanno avuto le rispettive nomine (di presidenti e di consiglieri della sezione Lavoro della Corte di Cassazione) solo nel 2016. Mi viene il dubbio che qualcuno abbia quasi voluto …. aspettarli. Peraltro a nominarli è il Csm, Consiglio superiore della magistratura, che è anche l’organo capace di premiare o deludere (con nomine, promozioni, ecc…) o punire (con il potere disciplinare) qualunque magistrato.

Il mio persecutore può avere chiesto qualcosa a figure del Csm in nome del suo presidente che è il capo dello Stato, ovviamente a totale sua insaputa? Potrei rispondere in via presuntiva, ma c’è un fatto, certo, che mi aiuta nella risposta.

Ai primi d’agosto 2016, la Rai ha rinnovato i vertici delle testate giornalistiche, confermando alcuni direttori e cambiandone altri. Il tutto per volere del capo azienda Antonio Campo Dall’Orto. Fino a tre giorni prima delle nomine, egli aveva deciso di non confermare il direttore della Tgr Vincenzo Morgante (promosso alla carica ad ottobre 2013, pochi mesi dopo il mio licenziamento) e di darne l’interim ad Antonio Di Bella direttore di Rainews24, in coerenza con l’idea che la grande fucina dell’informazione nel territorio venisse integrata nella rete All-news. Il piano industriale era stato approntato secondo questa logica e a Di Bella, quando tre mesi prima era stata affidata la direzione di Rainews 24, era stata comunicata questa prospettiva.

Tutto cambia quando, due giorni prima della riunione del Cda, su Viale Mazzini interviene il consigliere per l’informazione del Quirinale Gianfranco Astori il quale chiede, a nome di Mattarella (ma senza neanche bisogno di dirlo visto che ne è uno dei consiglieri ufficiali), la “cortesia” di confermare Morgante, peraltro con motivazioni patetiche, risibili e non pertinenti. E infatti Morgante viene confermato.

Del resto nei maggiori quotidiani e nelle trasmissioni tv di quei giorni anche alte figure istituzionali dichiarano, mai smentite, a proposito della totalizzante “normalizzazione” renziana, che alla luce delle nomine eseguite “per evitare l’epurazione bisogna essere amici di Mattarella”.

Perché, dopo quello che ho visto nei primi due gradi di giudizio, dovrei credere che figure o settori del Csm non abbiano ricevuto analoghe richieste affinché la mia causa in Cassazione finisse in “buone mani”?

C’è sempre un dato in ogni caso: se l’assegnazione della causa in Cassazione fosse avvenuta secondo i tempi normali che effettivamente nello stesso periodo sono stati osservati (ho fatto una ricerca ed una verifica in proposito su tutte le controversie di lavoro aventi ad oggetto un licenziamento) ben tre componenti su cinque del collegio sarebbero stati diversi in quanto, come osservato, sono di nomina successiva al momento in cui la mia causa avrebbe dovuto essere assegnata.

Perché allora non dovrei pensare che, mentre il mio ricorso veniva tenuto inspiegabilmente fermo anziché essere assegnato come tutti gli altri ad un collegio nei tempi normali, qualcuno al Csm non abbia dato un’occhiata alle domande pendenti presentate da magistrati con richieste di promozioni (il presidente di sezione che è anche il presidente del mio collegio) o di approdo in Cassazione  da uffici inferiori (due componenti del mio collegio arrivano direttamente dal tribunale ordinario) e non abbia esperito un contatto, forte del potere di influenzare in qualche modo la decisione del Csm di accoglimento o meno delle rispettive richieste?

Il presidente del collegio e due componenti (quindi tre su cinque, ovvero maggioranza) non avrebbero potuto far parte del collegio se non tenendo fermo il mio ricorso in quanto sono stati promossi (il presidente) o assegnati in Cassazione (gli altri due) solo nel 2016, ovvero quando già avrei dovuto avere la sentenza.

Ecco perché non ho mai avuto dubbi su ciò che avrebbe deciso la Cassazione. Non mi sono sbagliato e, semmai, è stupefacente la modalità prescelta per rigettare il mio ricorso.

Non una conferma, nei contenuti, della sentenza della Corte d’Appello (che, come quella di primo grado, faceva volare gli asini!) ma, semplicemente, il rigetto del mio ricorso per improcedibilità.

Il mio ricorso non è stato neanche preso in esame, come mai presentato. E perchè?

Per “difetto di autosufficienza” in quanto avrei dimenticato di allegare copia del contratto collettivo nazionale di lavoro.

Il cittadino onesto e ingenuo si potrebbe indignare per il fatto che una causa così importante possa essere decisa per un cavillo come la mancanza, tra gli atti allegati al ricorso, di una copia del contratto collettivo di lavoro: copia che chiunque, anche i giudici, trovano in un istante su internet con un clic.

Ma il punto non è questo.

Il punto è che la motivazione dei giudici della “Suprema Corte di Cassazione” è un falso in quanto ho allegato regolarmente il contratto, tanto che è indicato nell’indice dei documenti depositati sui quali, per fortuna, conservo il timbro della stessa Corte di Cassazione!

Certo mi rincuora, e mi amareggia, rilevare che, volendo comunque darmi torto, la Cassazione abbia preferito, anziché apporre la propria firma su una sentenza che facesse “volare gli asini”, cercare una via di fuga comoda, conveniente, sbrigativa e senza rischi….

Ma poiché la sentenziata improcedibilità si basa su un falso che, quanto meno, può essere qualificato come un “errore decisivo”, ho presentato ricorso per revocazione (appunto per un errore decisivo) che dovrà essere esaminato sempre dalla Cassazione, ma con un collegio diverso.

Temo che l’iter ricomincerà allo stesso modo di prima con tutte le insidie e le interferenze già viste, ma non mi arrendo e farò di tutto per rendere quanto più difficile possibile il “lavoro” sul quale, sono certo, il mio persecutore o chi per lui sono impegnati.

Attendo il nuovo giudizio della Corte di Cassazione e confido anche nella Corte europea dei diritti dell’uomo al quale ho presentato apposito, specifico ricorso.

IL FRONTE PENALE: ELUSE LE INDAGINI E ARCHIVIATI TUTTI I MIEI ESPOSTI, MA QUATTRO ANNI DOPO OTTENGO LA RIAPERTURA

Poi c’è il fronte penale al quale si riferisce l’udienza del 29 settembre 2017, nell’ambito del processo in cui l’imputato sono io e ciò è, per me, l’unica buona notizia finora maturata nell’ambito del contenzioso complessivo che dura da sette anni, quattro dei quali intercorsi dopo il licenziamento.

Il fronte penale presenta due piani diversi.

Il primo è quello in cui accusato è l’allora caporedattore di Tgr Sicilia Morgante ed altri dirigenti Rai responsabili degli atti che io ho denunciato, mentre parte offesa sono io, ma soprattutto lo sono la Rai per la quale i cittadini, ricchi e poveri nella stessa misura, pagano due miliardi di euro l’anno, lo sono gli interessi pubblici che essa dovrebbe perseguire, lo sono i valori della trasparenza, della legalità, del giornalismo, della limpidezza dell’informazione, della missione etica del servizio pubblico.

In questo che avrebbe dovuto essere il primo piano, ed anche l’unico, del fronte penale figurano quattro procedimenti, scaturiti da miei cinque esposti e denunce, tutti archiviati. Procedimenti sempre tenuti distinti nonostante la mia richiesta di riunione, attesa l’unitarietà della vicenda e tutti archiviati in modo del tutto arbitrario, ingiustificato e immotivato.

Il pubblico ministero ha totalmente ignorato, forse neanche letto o voluto leggere, il contenuto specifico e documentato di quelle denunce aventi ad oggetto fatti di sicura rilevanza penale.

La sua richiesta di archiviazione è stata accolta dal giudice delle indagini preliminari con motivazioni di quattro righe riproducenti in fotocopia formule vuote e generali, prive di ogni riferimento concreto alle indagini o alla necessità delle indagini che avrebbero dovuto accertare la fondatezza o meno delle mie denunce.

Tale richiesta è stata basata dal magistrato inquirente da una parte, sulla mancanza di elementi sufficienti per l’esercizio dell’azione penale (mancanza voluta, perché frutto della “volontà” di ignorare e di non ricercare gli elementi, perfettamente sussistenti, che avrebbero potuto e dovuto condurre all’esito opposto) e dall’altra sull’acquisizione acritica dei risultati dell’indagine interna eseguita dalla Rai: un auditing esilarante, costruito sull’imbroglio evidente, sul travisamento e sulla falsificazione di dati oggettivi e documentali come ho potuto attestare in udienza e denunciare in tutte le sedi adite.

Su tali cinque mie denunce – tutte archiviate tra il 2014 e il 2015 – ho ottenuto, dopo vari tentativi, la riapertura delle indagini e l’iscrizione di un nuovo procedimento che vede uno o più dirigenti Rai indagati.

Poiché però tale attività è ripartita a fine 2015, siamo ancora nella fase delle indagini preliminari e non mi è dato conoscere esiti, sviluppi, tempi.

ORA PER FORTUNA L’IMPUTATO SONO IO: I FATTI NON POSSONO ESSERE IGNORATI O NASCOSTI

Quello stesso p.m. che anziché ai suoi doveri d’ufficio a me è sembrato assolvere esclusivamente al compito predeterminato di proteggere in ogni caso e comunque il mio persecutore – e quindi di perseguire me contro ogni evidenza dei fatti – ha “coerentemente” chiesto, e ottenuto, il mio rinvio a giudizio nel procedimento scaturito da una querela presentata dall’allora capo redattore di Tgr Sicilia Vincenzo Morgante contro di me, nel presupposto che nel mio primo esposto del 2011 io avessi attestato il falso e che lo avessi fatto – in ciò sta l’ipotesi della calunnia – consapevolmente e dolosamente al fine di denunciare una persona sapendola innocente.

Personalmente non potrò mai “ringraziare” abbastanza il mio querelante per avermi dato una possibilità che finora, in tutte le sedi giudiziali esperite, mi è sempre stata negata: ovvero che i fatti siano finalmente esaminati, che venga accertato se essi siano effettivamente avvenuti e/o siano stati da qualcuno commessi e se, eventualmente, siano fonte di responsabilità anche penale.

Dove la causa di lavoro, per un verso, e i procedimenti penali scaturiti dalle mie denunce, per un altro, hanno “fallito” nella ricerca della verità, il processo in cui l’imputato sono io non potrà muoversi nella stessa scia.

Non per nulla, quando seppi dell’archiviazione dell’ultimo procedimento scaturito dalle mie denunce, decisi di non tentare neanche la via di un possibile proscioglimento nel processo in cui sono imputato: non mi presentai neanche all’udienza preliminare, venendo automaticamente rinviato a giudizio. Un giudizio che ho voluto ordinario e pienamente dibattimentale, deludendo forse una certa attesa della mia controparte per un’opzione verso riti alternativi che avrebbero consentito un minore accertamento dei fatti e magari comportato una resa da parte mia in cambio di una condanna lieve e “generosa”.

Ho puntato tutto sul dibattimento e mi sento aggrappato con le unghie e con i denti a questa unica sede nella quale, in quanto imputato, non mi può essere impedito o limitato il diritto alla difesa che passa unicamente per l’accertamento dei fatti da me invocato da sempre, invano.

Perché il Tribunale possa stabilire se io abbia commesso calunnia dovrà accertare la veridicità dei fatti da me denunciati (oltre, in caso negativo – ma so per certo che non è così – al mio dolo) e ciò corrisponde pienamente al mio obiettivo già dal primo esposto del 2011.

Nelle precedenti udienze perfino i testi della procura, ovvero le fonti dell’accusa nei miei confronti, hanno, almeno per i singoli fatti oggetto del loro esame, confermato il contenuto del mio esposto.

Il 29 settembre 2017 è toccato a me, in dibattimento narrare e documentare i fatti. Ciò è avvenuto a mio avviso in modo chiarissimo, incontestabile, convincente.

Non ho ancora esaurito l’esposizione in aula in cui ho scelto di rispondere pienamente a tutte le domande, in quanto il tempo di quell’udienza non è bastato. Proseguirò nella prossima e anch’io – giornalista oltre che cittadino – confido che al giornalismo indipendente non sia preclusa la possibilità di documentare il contenuto di questo processo, come purtroppo, in modo stranissimo e per effetto di un inconveniente del tutto anomalo è accaduto nell’ultima udienza: il giudice che conduce il dibattimento non è riuscito, pur essendosi attivato personalmente ed avere atteso un tempo congruo, a trovare in procura generale un magistrato, neanche quello “di turno”, che potesse dare l’assenso alle riprese audio-video, già autorizzate previo consenso delle parti dallo stesso tribunale. Un assenso, quello della procura generale, di mera routine ed atto dovuto in mancanza di motivi di sicurezza come nel 99,99% dei casi tra cui, come del tutto evidente, anche questo.

Se qualcuno è riuscito a leggere sin qui lo ringrazio doppiamente, per l’attenzione, per l’interesse verso le tante ragioni di valenza generale insite nella vicenda, per la probabile condivisione ideale dei principi e dei valori che ne sono l’essenza.

A chi fosse giunto sin qui non devo quindi fornire rassicurazioni, sui dubbi e le paure mosse anche da amicizia e affetto personali, né per negare il peso opprimente delle accuse che mi sono mosse (per fortuna, mi sono mosse!), né per garantire che l’invito a non mollare che da tutti mi viene calorosamente rivolto sia certezza incrollabile: lo è sempre stata sin dall’inizio di questa vicenda, lo è attualmente e – quali che saranno gli sviluppi e gli esiti nel tempo – lo sarà sempre.

Grazie ancora.