Quello stesso p.m. che anziché ai suoi doveri d’ufficio a me è sembrato assolvere esclusivamente al compito predeterminato di proteggere in ogni caso e comunque il mio persecutore – e quindi di perseguire me contro ogni evidenza dei fatti – ha “coerentemente” chiesto, e ottenuto, il mio rinvio a giudizio nel procedimento scaturito da una querela presentata dall’allora capo redattore di Tgr Sicilia Vincenzo Morgante contro di me, nel presupposto che nel mio primo esposto del 2011 io avessi attestato il falso e che lo avessi fatto – in ciò sta l’ipotesi della calunnia – consapevolmente e dolosamente al fine di denunciare una persona sapendola innocente.

Personalmente non potrò mai “ringraziare” abbastanza il mio querelante per avermi dato una possibilità che finora, in tutte le sedi giudiziali esperite, mi è sempre stata negata: ovvero che i fatti siano finalmente esaminati, che venga accertato se essi siano effettivamente avvenuti e/o siano stati da qualcuno commessi e se, eventualmente, siano fonte di responsabilità anche penale.

Dove la causa di lavoro, per un verso, e i procedimenti penali scaturiti dalle mie denunce, per un altro, hanno “fallito” nella ricerca della verità, il processo in cui l’imputato sono io non potrà muoversi nella stessa scia.

Non per nulla, quando seppi dell’archiviazione dell’ultimo procedimento scaturito dalle mie denunce, decisi di non tentare neanche la via di un possibile proscioglimento nel processo in cui sono imputato: non mi presentai neanche all’udienza preliminare, venendo automaticamente rinviato a giudizio. Un giudizio che ho voluto ordinario e pienamente dibattimentale, tradendo forse una certa attesa della mia controparte per un’opzione verso riti alternativi che avrebbero consentito un minore accertamento dei fatti e magari comportato una resa da parte mia in cambio di una condanna lieve e “generosa”.

Ho puntato tutto sul dibattimento e mi sento aggrappato con le unghie e con i denti a questa unica sede nella quale, in quanto imputato, non mi può essere impedito e limitato il diritto alla difesa che passa unicamente per l’accertamento dei fatti da me invocato da sempre, ma invano.

Perché il Tribunale possa stabilire se io abbia commesso calunnia dovrà accertare la veridicità dei fatti da me denunciati (oltre, in caso negativo – ma so per certo che non è così – al mio dolo) e ciò corrisponde pienamente al mio obiettivo già dal primo esposto del 2011.

Nelle precedenti udienze perfino i testi della procura, ovvero le fonti dell’accusa nei miei confronti, hanno, almeno per i singoli fatti oggetto del loro esame, confermato il contenuto del mio esposto.

Il 29 settembre scorso è toccato a me, in dibattimento narrare e documentare i fatti. Ciò è avvenuto a mio avviso in modo chiarissimo, incontestabile, convincente.

Non ho ancora esaurito l’esposizione in aula in cui ho scelto di rispondere pienamente a tutte le domande, in quanto il tempo di quell’udienza non è bastato. Proseguirò nella prossima e anch’io – giornalista oltre che cittadino – confido che al giornalismo indipendente non sia preclusa la possibilità di documentare il contenuto di questo processo, come purtroppo, in modo stranissimo e per effetto di un inconveniente del tutto anomalo è accaduto nell’ultima udienza: il giudice che conduce il dibattimento non è riuscito, pur essendosi attivato personalmente ed avere atteso un tempo congruo, a trovare in procura generale un magistrato, neanche quello “di turno”, che potesse dare l’assenso alle riprese audio-video, già autorizzate previo consenso delle parti dallo stesso tribunale. Un assenso, quello della procura generale, di mera routine ed atto dovuto in mancanza di motivi di sicurezza come nel 99,99% dei casi tra cui, come del tutto evidente, anche questo.

Se qualcuno è riuscito a leggere sin qui lo ringrazio doppiamente, per l’attenzione, per l’interesse verso le tante ragioni di valenza generale insite nella vicenda, per la probabile condivisione ideale dei principi e dei valori che ne sono l’essenza.

A chi fosse giunto sin qui non devo quindi fornire rassicurazioni, sui dubbi e le paure mosse anche da amicizia e affetto personali, né per negare il peso opprimente delle accuse che mi sono mosse (per fortuna, mi sono mosse!), né per garantire che l’invito a non mollare che da tutti mi viene calorosamente rivolto sia certezza incrollabile: lo è sempre stata sin dall’inizio di questa vicenda, lo è attualmente e – quali che saranno gli sviluppi e gli esiti nel tempo – lo sarà sempre.