Sergio Gallo, il giudice della “P3”,  sempre militante in Magistratura Indipendente (la corrente di destra maggioritaria nell’Anm, ma nulla cambierebbe se avesse militato in quella di sinistra) in cui ha ricoperto anche incarichi direttivi di rilievo nazionale,  ha fatto parte del consiglio d’amministrazione della fondazione “Nuova Italia” di Gianni Alemanno (ex ministro ed ex sindaco di Roma), è stato componente del collegio dei probiviri del Pdl, un partito politico che ha espresso gran parte della maggioranza di governo nel periodo 2008-2011, è stato consigliere d’amministrazione di Roma Metropolitane spa, del Teatro lirico dell’Opera e di altre partecipate. Come capo di gabinetto del sindaco di Roma percepì un compenso di € 298.324,63 nette (€ 664.000,00 lorde), pari (peraltro aggiuntivo allo stipendio di magistrato) a quattro volte quello del suo predecessore. Dopo essersi dimesso da capo di gabinetto del sindaco di Roma fu nominato dall’allora presidente della Camera Fini nell’Autorità di vigilanza sugli appalti, carica, prima di semplice componente e poi di vicepresidente, ricoperta fino al 2014.

Gallo, come magistrato, inoltre è famoso per avere con una singolare sentenza reintegrato nel consiglio regionale della Campania Roberto Conte, condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione camorristica e per avere scelto personalmente, nell’ufficio di gabinetto del sindaco di Roma Alemanno tra i propri collaboratori, un tale Giorgio Magliocca arrestato per camorra proprio mentre era in servizio in Campidoglio e in precedenza vincitore di un concorso interno (con una prova strana,oggetto di dubbi e contestazioni) di cui Gallo era stato l’ispiratore.

Agli atti del processo alla P3 c’è l’affermazione “Sergio Gallo l’ho creato io” da parte del presunto capo di questa associazione per delinquere alla sbarra, Pasquale Lombardi il quale, intercettato, con argomenti convincenti ne rivendicava la totale disponibilità!

Tutto ciò solo per dire che mentre da una parte mi ritrovo con due sentenze assurde, inspiegabili logicamente e giuridicamente, dall’altra devo prendere atto che esse sono state emesse da giudici che per oltre un decennio erano passati da una segreteria politica all’altra ricevendo incarichi molto lautamente retribuiti (cui non erano certamente insensibili, diversamente si sarebbero accontentati del solo stipendio di magistrati) per i quali avevano da essere molto grati ai loro danti causa che in gran parte sono legati dallo stesso filo di scambio e di comuni interessi con la Rai, con i suoi dirigenti e, soprattutto, con la figura di chi volle a tutti i costi il mio licenziamento ed ora ha tutto l’interesse a che esso sia dichiarato legittimo in sede giudiziale.

Ovviamente il collegio della Corte d’Appello che ha emesso la sentenza era formato da tre componenti: anche gli altri due hanno avuto incarichi fuori ruolo anche se non con la stessa intensità e le modalità imbarazzanti di Garzia e Gallo. E’ mia convinzione che il rinvio della seconda udienza (nella quale la discussione, appositamente fissata, avrebbe dovuto tenersi) caldeggiato fortemente attraverso un accorato appello alle parti, anomalo e irrituale, dal presidente Ermanno Cambria sia stato strumentale alla più “conveniente” (per la mia controparte) composizione del collegio in attesa dell’arrivo di Sergio Gallo che non c’era né nella pima, né nella seconda udienza, mentre Cambria è apparso per la prima volta nella seconda.

Le sentenze finora intervenute sono un assurdo, ma non per errori commessi da magistrati superficiali o distratti. Ho la certezza soggettiva che esse siano il prodotto di un meccanismo corruttivo creato da dirigenti Rai attraverso un filo di interessi che, passando per qualche studio legale, appositamente reclutato per gestire il mio licenziamento, metteva in campo leve di potere riconducibili ad ambienti in cui il traffico d’influenze presenta nodi robusti e tentacoli avvolgenti.

E questa trama è stata attivata non già per l’importanza, per la Rai, del caso in se (io ero solo un redattore ordinario), ma per quella che essa riveste per il mio persecutore Morgante il quale avendo trascinato l’azienda – con il consenso informato e il sostegno attivo dei suoi capi – in un colossale imbroglio non può permettersi una sentenza a me favorevole.

Più di qualche indizio mi costringe a pensare che non “mi sono capitati” magistrati facilmente raggiungibili, sensibili al potere e disponibili (ed ho la prova che sono stati raggiunti) ma che essi, individuati proprio in relazione alla loro disponibilità ad emettere le sentenze che hanno emesso, sono stati appositamente assegnati alle cause in oggetto con un meccanismo di manipolazione delle procedure.

I magistrati fuori ruolo (non intendo criminalizzare l’istituto che può essere utilizzato anche a nobili fini, ma la specificità di certi incarichi come quelli di nomina propriamente politica e fiduciaria) nella magistratura italiana sono meno del 2%, un dato questo che a Roma probabilmente sarà superiore, intorno al 6, 7, ma tra questi gli incarichi “imbarazzanti” come quelli assunti da Garzia e Gallo sono in numero di gran lunga inferiore, Eppure a me sono capitati due volte su due magistrati che per curriculum possiamo definire, quanto meno, come facilmente raggiungibili e, nel giudizio d’appello, ci sono voluti due rinvii (il secondo dei quali smaccatamente strumentale e ordito in attesa che arrivasse Gallo al posto di un altro giudice) perché il disegno andasse in porto.