Ovviamente ho tentato di fare emergere in Cassazione le tante assurdità delle sentenze di merito o, quanto meno, di quella d’appello oggetto del ricorso.

Ma avevo già capito che il tentativo sarebbe stato inutile.

Una serie di indizi mi dava la certezza che la Cassazione avrebbe confermato la precedente sentenza.

Non è spiegabile in nessun altro modo la mancata assegnazione della causa per ben dieci mesi: in tale arco di tempo, o in un tempo minore, i casi di licenziamento cui si applichi il rito-Fornero, il quale detta tempi precisi, erano tutti andati a sentenza! Nel mio caso invece ben dieci mesi (dal deposito del ricorso a giugno 2015 al 4 aprile 2016) ci sono voluti solo per l’assegnazione alla Sezione lavoro (!) e solo il 13 maggio 2016, ovvero undici mesi dopo, è stata fissata l’udienza in Cassazione per il 16 giugno successivo, appena un mese dopo.

Nella prassi normale oltre che nelle norme (finora sempre rispettate almeno a Roma in caso di licenziamento) l’udienza si tiene entro sei mesi, ma soprattutto entro un mese solitamente la causa viene assegnata alla sezione competente e, con circa 4-5 mesi di anticipo, viene fissata l’udienza e composto il collegio. Nel mio caso in undici mesi il ricorso è rimasto fermo dov’era e, quando è stato assegnato, è stata fissata l’udienza appena un mese dopo, quasi a volere recuperare il ritardo e a volere essere rapidi nell’incassare il risultato una volta che il contatto e l’affidamento del mandato era avvenuto!

Un caso? Certo, potrebbe essere! Però rilevo che il presidente della sezione Lavoro della Cassazione, in quanto tale presidente del collegio che ha trattato la causa, e ben due componenti del collegio a me assegnato hanno avuto le rispettive nomine (di presidenti e di consiglieri della sezione Lavoro della Corte di Cassazione) solo nel 2016. Mi viene il dubbio che qualcuno abbia quasi voluto …. aspettarli. Peraltro a nominarli è il Csm, Consiglio superiore della magistratura, che è anche l’organo capace di premiare, deludere (con nomine, promozioni, ecc…) o punire (con il potere disciplinare) qualunque magistrato.

Il mio persecutore può avere chiesto qualcosa a figure del Csm in nome del suo presidente che è il capo dello Stato, ovviamente a totale sua insaputa? Potrei rispondere in via presuntiva, ma c’è un fatto, certo, che mi aiuta nella risposta.

Ai primi d’agosto 2016, la Rai ha rinnovato i vertici delle testate giornalistiche, confermando alcuni direttori e cambiandone altri. Il tutto per volere del capo azienda Antonio Campo Dall’Orto. Fino a tre giorni prima delle nomine, egli aveva deciso di non confermare il direttore della Tgr e di darne l’interim ad Antonio Di Bella direttore di Rainews24, anche nell’ambito dell’idea che la grande fucina dell’informazione nel territorio venisse integrata nella testata, Rainews, di cui ci si attende un incremento quantitativo e qualitativo dell’offerta informativa utile a tutte le strutture Rai. Il piano industriale era stato approntato secondo questa logica e a Di Bella, quando tre mesi prima era stata affidata la direzione di Rainews 24, era stata comunicata questa prospettiva.

Tutto cambia quando in viale Mazzini si presenta, due giorni prima della riunione del Cda, ricevuto da Guido Rossi direttore dello staff di Campo Dall’Orto, il consigliere per l’informazione del Quirinale Gianfranco Astori il quale (mi dice una fonte presente all’incontro) va a chiedere, a nome di Mattarella (ma senza neanche bisogno di dirlo visto che ne è uno dei consiglieri ufficiali), la “cortesia” di confermare Morgante, peraltro con motivazioni patetiche, risibili e non pertinenti. E infatti Morgante viene confermato.

Del resto nei maggiori quotidiani e nelle trasmissioni tv di quei giorni anche alte figure istituzionali dichiarano, mai smentite, a proposito della totalizzante “normalizzazione” renziana, che alla luce delle nomine eseguite “per evitare l’epurazione bisogna essere amici di Mattarella”.

Perché, dopo quello che ho visto nei primi due gradi di giudizio, dovrei credere che figure o settori del Csm non abbiano ricevuto analoghe richieste affinché la mia causa in Cassazione finisse in “buone mani”?

C’è sempre un dato in ogni caso: se l’assegnazione della causa in Cassazione fosse avvenuta secondo i tempi normali che effettivamente nello stesso periodo sono stati osservati (ho fatto una ricerca ed una verifica in proposito su tutte le controversie di lavoro aventi ad oggetto un licenziamento) ben tre componenti su cinque del collegio sarebbero stati diversi in quanto, come osservavo, sono di nomina successiva al momento in cui la mia causa avrebbe dovuto essere assegnata.

Perché allora non dovrei pensare che, mentre il mio ricorso veniva tenuto inspiegabilmente fermo anziché essere assegnato come tutti gli altri ad un collegio nei tempi normali, qualcuno al Csm non abbia dato un’occhiata alle domande pendenti presentate da magistrati con richieste di promozioni (il presidente di sezione che è anche il presidente del mio collegio) o di approdo in Cassazione  da uffici inferiori (due componenti del mio collegio arrivano direttamente dal tribunale ordinario) e non abbia esperito un contatto, forte del potere di influenzare in qualche modo la decisione del Csm di accoglimento o meno delle rispettive richieste?

Il presidente del collegio e due componenti (quindi tre su cinque, ovvero maggioranza) non avrebbero potuto far parte del collegio se non tenendo fermo il mio ricorso in quanto sono stati promossi (il presidente) o trasferiti (gli altri due) solo nel 2016, ovvero quando già avrei dovuto avere la sentenza.

Ecco perché non ho mai avuto dubbi su ciò che avrebbe deciso la Cassazione. Non mi sono sbagliato e, semmai, è stupefacente la modalità prescelta per rigettare il mio ricorso.

Non una conferma, nei contenuti, della sentenza della Corte d’Appello (che, come quella di primo grado, faceva volare gli asini!) ma, semplicemente, il rigetto del mio ricorso per improcedibilità.

Il mio ricorso non è stato neanche preso in esame, come mai presentato. E perchè?

Per “difetto di autosufficienza” in quanto avrei dimenticato di allegare copia del contratto collettivo nazionale di lavoro.

Il cittadino onesto e ingenuo si potrebbe indignare per il fatto che una causa così importante possa essere decisa per un cavillo come la mancanza, tra gli atti allegati al ricorso, di una copia del contratto collettivo di lavoro: copia che chiunque, anche i giudici, trovano in un istante su internet con un clic.

Ma il punto non è questo.

Il punto è che la motivazione dei giudici della “Suprema Corte di Cassazione” è un falso in quanto ho allegato regolarmente il contratto, tanto che è indicato nell’indice dei documenti depositati sui quali, per fortuna, conservo il timbro della stessa Corte di Cassazione!

Certo mi rincuora, e mi amareggia, rilevare che, volendo comunque darmi torto, la Cassazione abbia preferito, anziché apporre la propria firma su una sentenza che facesse “volare gli asini”, cercare una via di fuga comoda, conveniente, sbrigativa e senza rischi….

Ma poiché la sentenziata improcedibilità si basa su un falso che, quanto meno, può essere qualificato come un “errore decisivo”, ho presentato ricorso per revocazione (appunto per un errore decisivo) che dovrà essere esaminato sempre dalla Cassazione, ma con un collegio diverso.

Temo che l’iter ricomincerà allo stesso modo di prima con tutte le insidie e le interferenze già viste, ma non mi arrendo e farò di tutto per rendere quanto più difficile possibile il “lavoro” sul quale, sono certo, il mio persecutore o chi per lui sono impegnati.

Attendo il nuovo giudizio della Corte di Cassazione e confido anche nella Corte europea dei diritti dell’uomo al quale ho presentato apposito, specifico ricorso.