Cambiano le stagioni politiche ma, perfino quando l’avvicendamento risulta traumatico e di rottura come mai accaduto prima, in Rai sembra non cambiare nulla.

Un’azienda totalmente partecipata dallo Stato perché offra i suoi preziosi servizi ai cittadini, nel solco dei valori costituzionali, si conferma – anche in questa stagione – sorda e cieca, sempre più arroccata a difendere interessi più o meno inconfessabili e, perciò, a violare – o a disattendere ambiguamente – le norme.

Finalmente ora l’assunzione dei giornalisti si fa – o si dovrebbe fare – per concorso. Nel 2013 e nel 2015 sono state compiute selezioni che oggi l’azienda vorrebbe gettare nel cestino dei rifiuti. Nonostante una precisa norma di legge le imponga il contrario.

E così l’azienda concessionaria del Servizio pubblico ha ricevuto una diffida, una di quelle che è veramente difficile ignorare, perfino dentro lo scudo di bronzo che da sempre protegge, nell’azienda, il più melmoso concentrato dei vizi del paese e della sua pessima politica.

A portare il nuovo assalto di legalità al fortino di quest’azienda è ancora una volta l’avvocato Vincenzo Iacovino, divenuto negli anni il nemico giurato delle peggiori pratiche di viale Mazzini. Suo il successo legale dinanzi al Tar del Lazio con la sentenza-Gaeta (http://www.cittadinipartecivile.it/2018/02/una-sentenza-colpisce-al-cuore-il-potere-marcio-che-governa-la-rai/) che assume una portata storica in relazione all’obbligo di trasparenza e, nel merito dei fatti che ne sono oggetto, anche all’obbligo di procedure selettive in caso di avanzamenti (job posting).

Di recente ha notificato a tutti i vertici aziendali una diffida ad attingere preliminarmente alla graduatoria delle selezioni del 2013 e del 2015 nell’assunzione di giornalisti. E ciò perché più di un fatto hanno rivelato la tentazione dell’azienda di procedere diversamente, violando così una precisa norma della legge di bilancio 2018, approvata dal Parlamento il 27 dicembre 2017.

La diffida è firmata dai giornalisti risultati idonei i quali si sono costituiti nel “comitato informazione pubblica” e si battono per il rispetto delle norme, anche perché – è scritto nella diffida – si è appreso da fonti interne dell’azienda che “la Rai, anche in accordo con organizzazioni sindacali, avrebbe in animo di bandire a breve una nuova selezione per giornalisti in contrasto con la legge citata e addirittura con riserva a soggetti specifici per aree geografiche specifiche. In particolare – si legge ancora nella diffida – la Rai avrebbe già avviato le procedure per l’individuazione della società di selezione del personale e di avere inserito nel bando di gara una clausola che prevede una selezione geolocalizzata”.

E poi c’è il fronte della scuola di Perugia alla quale la Rai vorrebbe attingere, non solo in violazione della norma suddetta in relazione all’obbligo di esaurire la lista degli idonei nella graduatoria, ma anche del principio generale sull’obbligo di procedure selettive. Inoltre sarebbe del tutto arbitraria e illegittima la preferenza accordata ai giornalisti di una scuola rispetto alle tante altre accreditate e dotate degli stessi requisiti.  In proposito da rilevare , come segnala il Comitato per l’Informazione Pubblica, che otto scuole di giornalismo (su 11 esistenti in Italia) hanno scritto al presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna una lettera con cui chiedono più trasparenza per l’accesso in Rai. Le scuole in particolare sottolineano che “non si può mettere sullo stesso piano la selezione di accesso a una scuola di giornalismo e una procedura pubblica, con relative graduatorie di vincitori e idonei soggette a scorrimento, come la selezione svolta dalla Rai nel 2015. Ogni assunzione in Rai deve avvenire nel rispetto dei principi di trasparenza come sancito dalla legge 133/2008 e pertanto con evidenza pubblica, cioè procedura concorsuale e valutazione oggettiva in virtù di criteri predeterminati, aperta dunque ai diplomati di tutte le scuole di giornalismo d’Italia regolarmente costituite e autorizzate, considerando che la giurisprudenza dominante e la Corte costituzionale vietano i concorsi riservati”.