La sua ultima promozione era stata fortemente voluta da Mario Orfeo quando, da poco nominato direttore generale, piazzò sette nuovi corrispondenti esteri annunciando, tronfio, che erano stati scelti tramite il job posting.

Tra quei sette, il nome sul quale spinse di più era proprio quello di Iman Sabbah. Ma, nonostante la speciale attenzione prestata direttamente, al direttore generale “sfuggì” ciò che, sulla prescelta, era sempre “sfuggito” a tutti e che però pare – tutti – sapessero: che Iman Sabbah non era – come non è ancora oggi, e come non è mai stata – giornalista.

L’ha sempre fatto la “giornalista”, ma senza alcun titolo: si chiama “abusivo esercizio di una professione”, qualificato come reato dall’art. 348 del codice penale, il quale – piaccia o no – punisce chi lo commette con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Quella promozione risale al 12 luglio 2017 e vide Iman Sabbah, allora vice capo redattore di Rainews 24, essere nominata corrispondente da Parigi. Una scelta a sorpresa che peraltro moltiplicò le unità in forza alla sede Rai della capitale francese, portandole a tre.

Pare che tutti sapessero di questa singolare anomalia: una persona non iscritta all’albo dei giornalisti che dal 2003 lavorava “come giornalista” in Rai: assunta dall’allora direttore Roberto Morrione a Rainews 24 e nel canale in lingua araba RaiMed.

Conduce programmi,  illustra la rassegna stampa e, dal 2007, quando alla direzione arriva Corradino Mineo che va in video con “Il caffè”, eccola nella rubrica del direttore. Nel 2008 è inviata negli Usa a seguire le storiche elezioni che per la prima volta portano un afroamericano alla Casa Bianca. Nel 2015 Mineo la nomina caposervizio e poi vice caporedattore della redazione politica. L’anno dopo, nelle settimane che precedono le elezioni americane, su Raitre conduce “La Casa bianca”. Quindi, a luglio 2017 – con Orfeo fresco neo direttore generale e Monica Maggioni presidente – la nomina a corrispondente da Parigi.

Chi sapeva non ha mai detto nulla in pubblico. Ma l’ultima promozione ai vertici di una testata giornalistica, di chi giornalista non è, da qualcuno è stata considerata la “goccia” che quel vaso ricolmo non poteva più contenere. La nomina a vice direttore di Rai Parlamento è stata bloccata quando, finalmente, qualcuno in viale Mazzini ha deciso di non stare più in silenzio.

Il caso esplode quindi in Commissione di vigilanza Rai e, una volta diventato pubblico, coloro che ne hanno maggiore imbarazzo pare cerchino di attutirne i colpi mettendo sul piatto della bilancia il paventato ritorno in Rai, per la conduzione di una striscia d’approfondimento dopo a ridosso del Tg1, di Maria Giovanna Maglie, la giornalista fatta assumere in Rai da Craxi nel 1989 e poi uscita dopo lo scandalo dei rimborsi per cui fu anche coinvolta in un procedimento penale. Sono i 150 milioni di lire che Maglie, inviata di guerra, fece spendere alla Rai tra gennaio ’92 e giugno ’93 per taxi (dieci milioni al mese a New York), affitto dell’appartamento, acquisto di filmati e contributi a fonti Onu (versati però a persone ormai fuori dal palazzo di vetro).

Da qualche anno infatti pare che la Maglie non sia più iscritta all’Albo dei giornalisti.

Ma il caso è totalmente diverso, perché, con la singolare vicenda di Iman Sabbah, siamo dinanzi ad una violazione palese e conclamata durata oltre sedici anni.

Mai e poi mai Iman Sabbah, cittadina italiana, avrebbe potuto essere assunta anche per un solo giorno dalla Rai, in una testata giornalistica con una qualifica giornalistica, senza essere iscritta all’albo dei giornalisti, elenco professionisti. Le norme sono chiare e non ammettono deroga, né giustificazione, alcuna: del resto sono applicate a tutti e non vale l’iscrizione all’elenco dei giornalisti stranieri, utile solo ad attestare lo status di giornalista in un paese straniero di chi, per una testata straniera, voglia lavorare dall’Italia.

Iman Sabbah, peraltro, dal 2013 è anche è cittadina italiana: nata a Nazareth, di madrelingua araba, di religione cattolica, cittadina israeliana, naturalizzata italiana.

A questo proposito c’è chi si è sempre chiesto se e quanto avesse influito sulla scelta della Rai di assumerla – e poi di promuoverla e valorizzarla fino ad un’importante carriera, nonostante la clamorosa mancanza di un requisito di base – l’essere nipote dell’emerito patriarca cattolico di Gerusalemme Michel Sabbah.

Cittadino israeliano, in carica fino al 2008, “Sua beatitudine” (questo il titolo con cui la carica è appellata) fu nominato nel 1988 da Giovanni Paolo II ed in Italia è sempre stato molto presente, oltre che influente: presidente della conferenza episcopale dei vescovi latini di religione araba, presidente dell’assemblea degli ordinari cattolici della terra santa, presidente di Pax Christi international, gran priore dell’ordine equestre del Santo sepolcro di Gerusalemme.  La centralità della “città santa” nello scacchiere geopolitico della Chiesa cattolica conferisce a questo patriarca un peso rilevante, in Italia amplificato dalle ben tristemente note dinamiche di potere oltretevere.

Per sapere se e quanto ciò abbia “ispirato” quella scelta in apparenza incomprensibile – di assumere una non giornalista in un ruolo che richiede, legalmente, il titolo e lo status di giornalista – bisognerebbe chiedere ai direttori di testata, ai responsabili della direzione risorse umane, ai direttori generali che dal 2003 si sono avvicendati: Roberto Morrione, Corradino Mineo, Monica Maggioni, Antonio Di Bella per quanto riguarda la testata. Monica Maggioni era anche la presidente Rai che, in tandem con Mario Orfeo direttore generale, s’intestò le nomine nelle sedi estere tra le quali quella di Sabbah a corrispondente da Parigi: un comunicato stampa aziendale in stile  “Minculpop” inneggiò il 12 luglio 2017 ad un mai verificato ricorso al job posting.

Per quanto riguarda i direttori generali, oltre ad Orfeo, bisognerebbe chiedere a Fabrizio Salini, soprattutto per la recentissima nomina, poi però sospesa, a vice direttore di Rai Parlamento; e prima di Orfeo ad Antonio Campo dall’Orto, a Luigi Gubitosi, Lorenza Lei. Mauro Masi, Claudio Cappon, Alfredo Meocci, Flavio Cattaneo.

Quanto alla direzione Risorse umane, il discorso è più semplice. Basterebbe Luciano Flussi, al vertice dal 2007 al 2013, e poi ancora dal 2017 e tuttora, per dare molte spiegazioni.  Certo, servirebbe sapere anche chi nel 2003, all’atto dell’assunzione verificò i titoli di Iman Sabbah e come sia stato possibile che la mancanza oggettiva di un requisito fondamentale come l’iscrizione all’Albo (rispetto alla quale occorre fornire il numero e la relativa documentazione) sia passata inosservata, se … passò inosservata. Importante sapere anche cosa l’interessata abbia dichiarato e quali titoli abbia fornito: un mistero, un rebus, ma anche un rompicapo di non poco conto.

Non lascia scampo l’esposto presentato dai giornalisti del Comitato informazione pubblica, firmato dall’avv. Vincenzo Iacovino, diventato avversario impietoso di tante malefatte di certo potere interno all’azienda concessionaria del Servizio pubblico radio televisivo. Quei giornalisti sono tutti iscritti all’elenco professionisti com’è normale che sia, sono tutti risultati idonei all’esito di una selezione concorsuale e chiedono che la Rai rispetti le norme di legge: ovvero che attinga a quella graduatoria per fare qualunque assunzione di giornalisti. Appunto …. di giornalisti.

Chiara la loro posizione. L’assunzione di Iman Sabbah è palesemente illegittima e va rimossa. I responsabili devono risarcire il danno. Dall’Inpgi vanno recuperati i contributi previdenziali indebitamente versati (com’è potuto accadere che l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani li abbia incassati sul nome di un non giornalista?).

E poi c’è il fronte penale che è il più caldo di tutti. L’art. 348 del codice punisce da sei mesi a tre anni l’esercizio abusivo della professione, ma in misura ancora più grave (da uno a cinque anni, la multa è da 15 mila a 75 mila euro) il “professionista che ha determinato altri a commettere il reato di cui al primo comma ovvero ha diretto l’attività delle persone che sono concorse nel reato medesimo”.

Ovviamente solo l’accertamento dei fatti potrà dire se, e in che termini, ricorra questa situazione rispetto ai giornalisti sovraordinati (capiservizio, caporedattori, vice direttori e direttori) a chi abbia esercitato abusivamente la professione.

Ma, appunto, un accertamento appare necessario.

In questo contesto appare fuori dalla realtà e dalla logica minimale delle cose la trincea del “è tutto legittimo” nella quale, tra un imbarazzo e un balbettìo, si è rifugiata l’azienda, salvo affidarsi poi al parere “pro veritate” dell’Ordine dei giornalisti. Il cui presidente, è bene tenerlo presente, è Carlo Verna, dipendente Rai a tutti gli effetti e a pieno servizio.

Insomma la Rai dice che “è tutto legittimo” e però si affida all’Ordine. Come dire: per noi è una questione di … legge e ordine. Nel senso che “la legge è quella che dichiamo noi (“è tutto legittimo” …. anche se a molti scapperà da ridere) e l’Ordine è controllato dal nostro dipendente.

Non è detto però che su questa linea le cose debbano necessariamente andare in questa maniera. Ne sa qualcosa chi ha assistito a riunioni furibonde proprio in sede di ordine, regionale e nazionale, che pare non siano proprio in sintonia.

E pare anche che, soprattutto tra le carriere partire dal vivaio di Rainews 24, quello di Iman Sabbah (che prima di essere nominata a vice di Rai Parlamento qualcuno voleva addirittura a capo del Tg1 o della stessa Rainews24) non sia l’unico caso: abusivi di classe!